A Venezia un allestimento multisensoriale

(da ArcheoMedia del 11 maggio 2010) – Ospitato all’interno del monumentale edificio del Fondaco dei Turchi, il Museo di storia naturale di Venezia si ripresenta al pubblico con un allestimento multisensoriale profondamente rinnovato: per un museo inteso non più solo come luogo di raccolta, conservazione e valorizzazione di un patrimonio di grande rilevanza scientifica e culturale, ma anche, e soprattutto, come grande contenitore di suggestioni e sensazioni.

Un museo delle emozioni, quindi, un luogo magico e speciale, unico ed irripetibile, tra immagini, immaginario ed immaginazione, in grado di riunire livello conoscitivo, livello emozionale e livello esperienziale nell’ambito di un unico grande racconto culturale, per un percorso espositivo immersivo tra luci ed ombre, chiari e scuri, suoni e microsuoni, immagini fisse e in movimento, materiali, finiture, forme e colori, che coinvolgono ed avvolgono lo spettatore guidandolo via via sulle tracce del mistero dell’origine della vita, del mostruosamente grande, dell’infinitamente piccolo e dell’immensamente antico degli organismi preistorici, della sete di conoscenza ed avventura dei grandi esploratori veneziani, fino all’emozionante confronto interattivo con le infinite variazioni sul tema del rapporto tra forma e funzione che caratterizza il mondo naturale in tutta la sua ricchezza e complessità.

“Sulle tracce della vita”: la paleontologia
Il racconto dell’origine e dell’evoluzione della vita attraverso un allestimento segnato da una percorrenza integrata – al tempo stesso fisica, sensoriale e conoscitiva – sulle tracce della vita. Per un itinerario di scoperta che, seguendo appunto le “tracce fossili” lasciate da organismi preistorici, porta progressivamente il visitatore a ripercorrere, rintracciare e ri-tracciare in parallelo l’evoluzione della vita, dai suoi primordi fino alla comparsa dell’uomo. Dove l’allestimento suggerisce ed impone modalità di visita fortemente immersive: dalle teche vetrate a pavimento che di fatto obbligano il visitatore a calibrare il proprio passo su quello scandito dalle “piste fossili” disposte lungo l’itinerario; dall’impianto scenografico organicamente modellato a curve di livello quale rappresentazione volutamente stilizzata di un suolo capace al tempo stesso di inghiottire, conservare e restituirci intatte le testimonianze di vite altrimenti non documentabili; alle lanterne magiche sospese al soffitto che, assieme alle sagome in movimento di organismi preistorici, proiettano nel vivo degli ambienti luci ed ombre, suoni e microsuoni, forme e colori, fino a coinvolgere lo spettatore in un grande spettacolo rivolto a tutti i sensi.

“Raccogliere per stupire, raccogliere per studiare”: l’evoluzione del collezionismo naturalistico
Una singolare sezione espositiva per riflettere sui tanti modi di guardare alle scienze naturali. Partendo innanzi tutto dall’atteggiamento di tre grandi “collezionisti” veneziani per raccontare di altrettante modalità e finalità dell’atto di “raccogliere”: dall’approccio etnomusicologico dell’“esploratore” Giovanni Miani alla ricerca delle sorgenti del Nilo, allo sguardo eccentrico del “cacciatore” Giuseppe De Reali, inteso come vera e propria razzia di esotici trofei, fino a quello più compiutamente multidisciplinare dello “scienziato” Giancarlo Ligabue, in grado di dedicarsi a ricerche integrate nei settori e nei continenti più diversi. Con un percorso allestitivo che passa così dall’impianto ormai storicizzato della sala Miani, riproposta nella sua veste originaria integrata da apparati scenografici ripresi dagli appunti di viaggio dello stesso esploratore; all’eccentrico arredamento delle sale De Reali, ingombre di esotici trofei ed arredi e di un’insolita paccottiglia kitsch; fino all’area di scavo interattiva della sala Ligabue, improntata invece all’uso delle nuove tecnologie applicate alla ricerca scientifica.

Per raccontare e riflettere anche sui diversi orientamenti in materia di museologia e museografia naturalistica: dalla Wunderkammer cinquecentesca, caratterizzata da un rigoroso impianto ottagonale sulle cui pareti voltate si affacciano e si affollano migliaia di reperti, a volte rari e preziosi, a volte grotteschi e mostruosi, a volte invece soltanto bizzarri ed insoliti, a ricomporre le Mirabilia, le Naturalia e le Artificialia delle prime stupefacenti “Camere delle meraviglie”; alla Galleria ottocentesca, dove la lunga teoria delle armadiature vetrate a doppio volume, il soppalco ligneo, le ampie finestrature a vetri piombati, le sagome inclinate degli scrittoi espositivi e la stessa disposizione seriale dei reperti vogliono rendere, accanto alle esigenze di sistematicità proprie di quell’approccio scientifico, anche, e soprattutto, le particolari suggestioni della museografia dell’epoca; per finire con un’innovativa “camera della biodiversità”, di forma sferica, all’interno della quale il pubblico è chiamato ad interrogarsi in modo naturalmente interattivo sulla complessità del mondo naturale per prendere coscienza della incredibile varietà e diversità delle risposte di cui questi si è andato dotando nella continua lotta per la sopravvivenza ed il miglioramento delle specie.

 

 

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