Dinosauri & High Tech

(dal Corriere del Veneto.it, di Alessio Antonini) – Riapre il Museo di Storia naturale di Venezia: dalle collezioni di Miani ai reperti di Ligabue .

Il grande scheletro di dinosauro al Museo di Storia naturale di Venezia restaurato (Vision)

Le squame della coda non brillano più: il processo di fossilizzazione le ha rese opache. Come scure sono ormai le piccole braccia e la testa informe.Mala sirena che campeggia nella vetrina della quarta delle undici sale che compongono il rinato Museo di Storia Naturale di Venezia continua a destare impressione. Anche se è un falso. «Nell’Ottocento gli esploratori modificavano i corpi degli animali perché avevano capito che i collezionisti erano disposti a pagare tanti più soldi quanto più strani erano gli animali catturati», spiega il curatore del museo Luca Mizzan che ieri, nella lunghissima giornata di presentazione dei successi della Fondazione Musei Civici nel 2009 e dell’inaugurazione del Museo di Storia Naturale, ha accompagnato il neo presidente della Fondazione (ed ex della National Gallery) David Landau, il presidente uscente Sandro Parenzo e il sindaco Massimo Cacciari nel viaggio dell’evoluzione.

Un percorso scandito da buio, luce, suoni e rumori di tamburi tra fossili di settecento milioni di anni fa incapsulati in teche di vetro luminose, collezioni ottocentesche di reperti africani delle primeesplorazioni, animali esotici impagliati e falsi suggestivi come i teschi dei ciclopi, semplici crani di elefante in cui è stato conficcato un occhio nella cavità della proboscide. Entrando nelmuseo si attraversa un cortile completamente restaurato e restituito a Venezia dopo oltre trent’anni. «Un restauro a cui non credeva nessuno », puntualizza Cacciari. «Io per primo.Non pensavo che saremmo arrivati a inaugurarlo così presto». Fino a qualche mese fa infatti i lavori erano ancora indietro e per quindici anni il museo non ha potuto ospitare visitatori privati limitandosi ad attirare solamente gli addetti ai lavori.

Studiosi da tutto il mondo venuti a visitare le collezioni dell’esploratore veneziano Giovanni Miani che dall’alto Nilo ha portato nella capitale lagunare il corpo perfettamente mummificato di una sacerdotessa egiziana e dei suoi due fedeli coccodrilli, quella del conte Giuseppe De Reali che nell’Ottocento ha sottratto le zagaglie da combattimento agli zulù e vari strumenti sacrificali e il celebre dinosauro scoperto nel 1973 nella celebre esplorazione sahariana da Giancarlo Ligabue che ha contribuito alla realizzazione del nuovo museo diventando socio fondatore. Malo scheletro perfettamente conservato dell’Ouranosaurus Nigeriensis di Ligabue non è che uno dei due milioni di reperti (a cui si aggiungono oltre quarantamila volumi) custoditi nell’edifico del Fontego dei Turchi, a due passi da San Stae. Accanto ai fossili, ai preparati anatomici dei biologi settecenteschi e ai mirabilia che danno vita alla moderna wunderkammer veneziana si snoda un percorso cronologico di grande effetto scenico.

Le teche di vetro, inglobate nelle pareti e nel pavimento, ripercorrono la storia della vita sulla terra attraverso la morte degli organismi che l’abitavano. E’ il caso del grande fossile situato sul pavimento della prima camera che racconta gli ultimi attimi di vita di un granchio di milioni di anni fa alla ricerca di ossigeno. Un viaggio nel tempo capace di stupire e, talvolta, dal sapore cruento. Quello del sangue degli animali impagliati dagli esploratori a caccia di zanne e ossa. E di avventure dimenticate le cui tracce si perdono in Africa nelle incisioni fatte da Miani sul tronco di un’antico tamarindo a poco meno di cinquanta chilometri dalle sorgenti del Nilo, quelle scoperte qualche anno dopo da David Livingstone. Per concludere il percorso una nuova wunderkammer virtuale: una sala ipertecnologica per esplorare gli habitat dei predatori e in grado di mettere fine a un mito negativo. Quello per cui in Italia non ci sono musei interattivi come a Parigi o Londra.